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INCHIESTE MODERNE SU GESU’ DI NAZARETH
1. Nella scia del ciclone
Il ciclone “Il Codice da Vinci” di Dan Brown non è passato invano. Sulla sua
scia stanno fiorendo, come sempre avviene in questi casi, nuovi studi sulla
figura di Gesú di Nazareth con l’intenzione di svelarne il vero volto
ricoperto finora sotto la coltre dell’ortodossia ecclesiastica. Anche chi ne
prende a parole le distanze, se ne mostra per più versi influenzato.
A tale filone appartiene in Italia il libro di Corrado Augias e Mauro Pesce,
un giornalista di fama e uno storico di mestiere, Inchiesta su Gesú (Mondadori,
2006). Esso si presta per una valutazione globale di tutta la letteratura
sul “vero Gesú della storia” che viene pubblicata a gettito continuo in
Europa e in America e continua a ispirare romanzi, film e spettacoli. Lo
prendo in esame con l’intento di fare un po’ di chiarezza sull’intera
questione, in nome di quella “Storia delle origini cristiane” che ho
insegnato per anni all’Università Cattolica di Milano.
Vi sono, come è naturale, differenze tra l’uno e l’altro autore, tra il
giornalista e lo storico. Ma non voglio cadere io stesso nell’errore che più
di ogni altro compromette a mio parere questa “inchiesta” su Gesú che è di
tener conto solo e sempre delle differenze tra gli evangelisti, mai delle
convergenze. Parto perciò da ciò che è comune ai due autori, Augias e Pesce.
Esso si può riassumere così: Sono esistiti, all’inizio, non uno ma diversi
cristianesimi. Una delle sue versioni ha preso il sopravvento sulle altre;
ha stabilito, secondo il proprio punto di vista, il canone delle Scritture e
si è imposta come ortodossia, relegando le altre al rango di eresie e
cancellandone il ricordo. Noi possiamo però oggi, grazie a nuove scoperte di
testi e a una rigorosa applicazione del metodo storico, ristabilire la
verità e presentare finalmente Gesú di Nazareth per quello che fu veramente
e che egli stesso intese essere, cioè una cosa totalmente diversa da quello
che le varie chiese cristiane hanno finora preteso che fosse.
Nessuno contesta il diritto di accostarsi alla figura di Cristo da storici,
prescindendo dalla fede della Chiesa. È quello che la critica, credente e
non credente, va facendo da almeno tre secoli con gli strumenti più
raffinati. La domanda è se la presente inchiesta su Gesú raccoglie davvero,
per quanto in forma divulgativa e accessibile al gran pubblico, il frutto di
questo lavoro, o se invece opera in partenza una scelta drastica all’interno
di esso, finendo per essere una ricostruzione di parte.
Io credo che, purtroppo, questo secondo è il caso. Il filone scelto è quello
che va da Reimarus, a Voltaire, a Renan, a Brandon, a Hengel, e oggi a
critici letterari e “professori di umanità”, quali Harold Bloom e Elaine
Pagels. Del tutto assente l’apporto della grande esegesi biblica,
protestante e cattolica, sviluppatasi nel dopo guerra, in reazione alle tesi
di Bultmann, molto più positiva circa possibilità di attingere, attraverso i
vangeli, il Gesú della storia.
Sui racconti della passione e morte di Gesú, per fare un esempio, nel 1998,
è stata pubblicata da Raymond Brown (“il più distinto tra gli studiosi
americani del Nuovo Testamento, con pochi rivali a livello mondiale”,
secondo il New York Times), un’opera di 1608 pagine. Essa è stata definita
dagli specialisti del settore “il metro in base al quale ogni futuro studio
della Passione sarà misurato”, ma di tale studio non c’è traccia nel
capitolo dedicato ai motivi della condanna e della morte di Cristo, né esso
figura nella bibliografia finale che pure riporta diversi titoli di opere in
inglese.
All’uso selettivo degli studi corrisponde un uso altrettanto selettivo delle
fonti. I racconti evangelici sono adattamenti posteriori quando smentiscono
la propria tesi, sono storici quando si accordano con essa. Anche la
risurrezione di Lazzaro, benché attestata dal solo Giovanni, viene presa in
considerazione, se può servire a fondare la tesi della motivazione politica
e di ordine pubblico dell’arresto di Gesù (pag. 140).
2. Ma gli apocrifi cosa dicono?
Ma veniamo alla discussione più diretta della tesi di fondo del libro.
Anzitutto a proposito delle scoperte di nuovi testi che avrebbero modificato
il quadro storico sulle origini cristiane. Esse sono
essenzialmente alcuni vangeli apocrifi scoperti in Egitto a metà del secolo
scorso, soprattutto i codici di Nag Hammadi. Su di essi viene fatta
un’operazione assai sottile: ritardare il più possibile la data di
composizione dei vangeli canonici e avanzare il più possibile la data di
composizione degli apocrifi in modo da poterli usare come valide fonti
alternative ai primi. Ma qui si urta contro un muro non facilmente
scavalcabile: nessun vangelo canonico (neppure quello di Giovanni secondo la
critica moderna) si lascia datare dopo l’anno 100 dopo Cristo e nessun
apocrifo si lascia datare prima di tale anno. (I più arditi arrivano, con
congetture, a datarli all’inizio del III o a metà del II secolo).
Tutti gli apocrifi attingono o suppongono i vangeli canonici; nessun vangelo
canonico attinge o suppone un vangelo apocrifo. Per fare l’esempio oggi più
in voga, dei 114 detti di Cristo nel Vangelo copto di Tommaso, 79 hanno un
parallelo nei Sinottici, 11 sono varianti delle parabole sinottiche. Solo
tre parabole non sono attestate altrove.
Augias, sulla scia di Eliana Pagels, crede di poter superare questo scarto
cronologico tra i Sinottici e il Vangelo di Tommaso ed è istruttivo vedere
in che modo. Nel vangelo di Giovanni si assiste, secondo l’autore, a un
chiaro tentativo di screditare l’apostolo Tommaso, una vera persecuzione nei
suoi confronti, paragonabile a quella contro Giuda. Prova: l’insistenza
sulla incredulità di Tommaso! Ipotesi: l’autore del Quarto Vangelo non vuole
per caso screditare le dottrine che già a suo tempo circolavano sotto il
nome dell’apostolo Tommaso e che confluiranno in seguito nel vangelo che
porta il suo nome? Così è superato lo scarto cronologico. Si dimentica, in
questo modo, che l’evangelista Giovanni mette proprio sulla bocca di Tommaso
la più commovente dichiarazione di amore a Cristo (“Andiamo anche noi a
morire con lui”) e la più solenne professione di fede in lui: “Mio Signore e
mio Dio!” che, a detta di molti esegeti, costituisce il coronamento di tutto
il suo vangelo. Se è un perseguitato dai vangeli canonici Tommaso, che dire
del povero Pietro con tutto quello che riferiscono sul suo conto! A meno che
non sia avvenuto, anche nel suo caso, per screditare i futuri apocrifi che
portano il suo nome…
Ma il punto principale non è neppure quello della data, è quello dei
contenuti dei vangeli apocrifi. Essi dicono esattamente il contrario di
quello per cui si invoca la loro autorità. I due autori sostengono la tesi
di un Gesú pienamente inserito nell’ebraismo, che non ha inteso innovare in
nulla rispetto ad esso, ma i vangeli apocrifi professano tutti, chi più chi
meno, una rottura violenta con l’Antico Testamento, facendo di Gesú il
rivelatore di un Dio diverso e superiore. La rivalutazione della figura di
Giuda nel vangelo omonimo si spiega in questa logica: con il suo tradimento,
egli aiuterà Gesú a liberarsi dell’ultimo residuo del Dio creatore, il
corpo! Gli eroi positivi dell’Antico Testamento diventano negativi per loro
e quelli negativi, come Caino, positivi.
Gesú è presentato nel libro come un uomo che solo la Chiesa posteriore ha
elevato al rango di Dio; i vangeli apocrifi al contrario presentano un Gesú
che è vero Dio, ma non vero uomo, avendo rivestito solo l’apparenza di un
corpo (docetismo). Per essi, ciò che fa difficoltà non è la divinità di
Cristo ma la sua umanità. Si è disposti a seguire i vangeli apocrifi su
questo loro terreno?
Si potrebbe allungare la lista degli equivoci nell’uso dei vangeli apocrifi.
Dan Brown si basa su di essi per avallare l’idea di un Gesú che esalta il
principio femminile, non ha problemi con il sesso, sposa la Maddalena…E per
provare questo si appoggia al Vangelo di Tommaso dove si dice che, se vuole
salvarsi, la donna deve cessare di essere donna e diventare uomo!
Il fatto è che i Vangeli apocrifi, in particolare quelli di matrice
gnostica, non sono stati scritti con l’intento di narrare fatti o detti
storici su Gesú, ma per veicolare una certa visione di Dio, di se stessi e
del mondo, di natura esoterica e gnostica. Fondarsi su di essi per
ricostruire la storia di Gesú è come fondarsi su Così parlò Zaratustra non
per conoscere il pensiero di Nietzsche, ma quello di Zaratustra. Per questo
in passato, pur essendo quasi tutti già noti, almeno in ampi stralci,
nessuno aveva mai pensato di potere usare i vangeli apocrifi come fonti di
informazioni storiche su Gesú. Solo la nostra era mediatica, alla ricerca
esasperata di scoop commerciali, lo sta facendo.
Ci sono certo fonti storiche su Gesú al di fuori dei vangeli canonici ed è
strano che esse siano lasciate praticamente fuori di questa “inchiesta”. La
principale è Paolo che scrive meno di trent’anni dopo la scomparsa di Cristo
e dopo essere stato un suo fiero oppositore. La sua testimonianza viene solo
discussa a proposito della risurrezione, ma per essere naturalmente
screditata. Eppure, cosa c’è di essenziale nella fede e nei “dogmi” del
cristianesimo che non si trovi già attestato (nella sua sostanza se non
nella forma), in Paolo, prima cioè che esso abbia avuto il tempo di
assorbire elementi estranei? Si può, per esempio, definire non storico e
frutto della preoccupazione posteriore di non allarmare l’autorità romana il
contrasto tra Gesú e i farisei e la stessa mentalità legalistica di un
gruppo di essi, senza tener conto di quello che dice Paolo che era stato uno
di essi e che proprio per questo aveva perseguitato accanitamente i
cristiani? Ma su questo tornerò più avanti parlando della storia della
Passione.
3. Gesú: un ebreo, un cristiano, o tutte e due le cose?
Vengo ora al punto principale condiviso dai due autori. Gesú è stato un
ebreo, non un cristiano; non ha inteso fondare nessuna nuova religione; si è
considerato mandato solo per gli ebrei, non anche per i pagani; “Gesú è
molto più vicino agli ebrei religiosi di oggi che non ai sacerdoti
cristiani”; il cristianesimo “nasce addirittura nella seconda metà del II
secolo”.
Come conciliare quest’ultima affermazione con la notizia degli Atti (11,26)
secondo cui, non più di sette anni dopo la morte di Cristo, circa l’anno 37,
“ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani”?
Plinio il Giovane (una fonte non sospetta!), tra il 111 e il 113 parla
ripetutamente dei “cristiani”, di cui descrive la vita, il culto e la fede
in Cristo “come in un Dio”. Intorno agli stessi anni, Ignazio d’Antiochia
parla per ben cinque volte di cristianesimo come distinto dal giudaismo,
scrivendo: “Non è il cristianesimo che ha creduto nel giudaismo, ma il
giudaismo che ha creduto nel cristianesimo” (Lettera ai Magnesiani 10, 3).
In Ignazio, cioè all’inizio del II secolo, non troviamo attestati solo i
nomi “cristiano” e “cristianesimo”, ma anche il contenuto di essi: fede
nella piena umanità e divinità di Cristo, struttura gerarchica della Chiesa
(vescovi, presbiteri, diaconi), perfino un primo chiaro accenno al primato
del vescovo di Roma, “chiamato a presiedere nella carità”.
Prima ancora, del resto, che entrasse nell’uso comune il nome di cristiani,
i discepoli erano coscienti della identità propria e la esprimevano con
termini come “i credenti in Cristo”, “quelli della via”, o
“quelli che invocano il nome del Signore Gesù”.
Tra le affermazioni dei due autori che ho appena riportate ce n’è una che
merita di essere presa sul serio e discussa a parte. “Gesú non ha inteso
fondare nessuna nuova religione. Era ed è rimasto ebreo”. Verissimo, difatti
neanche la Chiesa, a rigore, considera il cristianesimo una “nuova”
religione. Si considera insieme con Israele (una volta si diceva a torto “al
posto di Israele”) l’erede della religione monoteistica dell’Antico
Testamento, adoratori dello stesso Dio “di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”.
(Dopo il Concilio Vaticano II, il dialogo con l’Ebraismo non è portato
avanti dall’organismo vaticano che si occupa del dialogo tra le religioni,
ma di quello che si occupa dell’unità dei cristiani!). Il Nuovo Testamento
non è un inizio assoluto, è il “compimento” (categoria fondamentale)
dell’Antico. Del resto, nessuna religione è nata perché qualcuno ha inteso
“fondarla”. Forse Mosè aveva inteso fondare la religione d’Israele o Budda
il Buddismo? Le religioni nascono e prendono coscienza di sé in seguito, da
coloro che hanno raccolto il pensiero di un Maestro e ne hanno fatto ragione
di vita.
Ma fatta questa precisazione, si può dire che nei vangeli non c’è nulla che
faccia pensare alla convinzione di Gesú di essere portatore di un messaggio
nuovo? E le sue antitesi: “Avete inteso che fu detto…, ma io vi dico” con le
quali reinterpreta perfino i dieci comandamenti e si pone sullo stesso piano
di Mosè? Esse riempiono tutta una sezione del vangelo di Matteo (5, 21-48),
cioè di quel medesimo evangelista su cui si fa leva, nel libro, per
affermare la piena ebraicità di Cristo!
4. Venuto per gli ebrei, per i pagani, o per tutti e due?
Gesú aveva l’intenzione di dare vita a una sua comunità e prevedeva che la
sua vita e il suo insegnamento avrebbero avuto un seguito? Il fatto
indiscutibile dell’elezione dei dodici apostoli sembra proprio indicare di
sì. Anche lasciando da parte la grande commissione: “Andate in tutto il
mondo, predicate il vangelo ad ogni creatura” (qualcuno potrebbe
attribuirla, nella sua formulazione, alla comunità post-pasquale), non si
spiegano diversamente tutte quelle parabole, il cui nucleo originario
contiene proprio la prospettiva di un allargamento alle genti. Si pensi alla
parabola dei vignaioli omicidi, degli operai nella vigna, al detto sugli
ultimi che saranno i primi, sui molti che “verranno dall’oriente e
dall’occidente per sedersi a mensa con Abramo”, mentre altri ne saranno
esclusi e innumerevoli altri detti…
Durante la sua vita Gesú non è uscito dalla terra d’Israele, eccetto qualche
breve puntata nei territori pagani del Nord, ma questo si spiega con la sua
convinzione di essere mandato anzitutto per Israele, per poi spingerlo, una
volta convertito, ad accogliere nel suo seno tutte le genti, secondo le
prospettive universalistiche annunciate dai profeti. È molto curioso: c’è
tutto un filone del pensiero ebraico moderno (F. Rosenzweig, H. J. Schoeps,
W. Herberg) secondo cui Gesú non sarebbe venuto
per gli ebrei, ma solo per i gentili; secondo Augias e Pesce egli sarebbe
invece venuto solo per gli ebrei, e non per i gentili.
Va dato merito a Pesce che non accetta di liquidare la storicità
dell’istituzione dell’Eucaristia e la sua importanza nella primitiva
comunità. Qui è uno dei punti dove più emerge l’inconveniente segnalato
all’inizio di tener conto solo delle differenze, e non delle convergenze. I
tre Sinottici e Paolo unanimemente attestano il fatto quasi con le stesse
parole, ma per Augias questo conta meno del fatto che l’istituzione è
taciuta da Giovanni e che, nel riferirla, Matteo e Marco abbiamo “Questo è
il mio sangue”, mentre Paolo e Luca hanno “Questo è il calice della nuova
alleanza nel mio sangue”.
La parola di Cristo: “Fate questo in memoria di me”, pronunciata in tale
occasione, si richiama a Esodo 12, 14 e mostra l’intenzione di dare al
“memoriale” pasquale un nuovo contenuto. Non per nulla di lì a poco Paolo
parlerà della “nostra Pasqua” (1 Cor 5, 7), distinta da quella dei giudei.
Se all’Eucaristia e alla Pasqua si aggiunge il fatto incontrovertibile
dell’esistenza di un battesimo cristiano fin dall’indomani della Pasqua che
progressivamente sostituisce la circoncisione, abbiamo gli elementi
essenziali per parlare, se non di una nuova religione, di un modo nuovo di
vivere la religione d’Israele. Quanto al canone delle Scritture, è vero ciò
che afferma Pesce (pag. 16) che l’elenco definitivo degli attuali ventisette
libri del Nuovo Testamento viene fissato solo con Atanasio nel 367, ma non
si dovrebbe tacere il fatto che il suo nucleo essenziale, composto dai
quattro vangeli più tredici lettere paoline, è molto più antico; si è
formato verso l’anno 130 e alla fine del II secolo gode ormai della stessa
autorità dell’Antico Testamento (frammento Muratoriano).
“Anche Paolo, come Gesú – si dice –, non è un cristiano, ma un ebreo che
rimane nell’ebraismo”. Anche questo è vero; non dice forse lui stesso: “Sono
ebrei? Anch’io! Anzi io più di loro!”? Ma questo non fa che confermare ciò
che ho appena rilevato sulla fede in Cristo come “compimento” della legge.
Per un verso Paolo si sente nel cuore stesso di Israele (del “resto di
Israele”, preciserà egli stesso), per l’altro si distacca da esso
(dall’ebraismo del suo tempo) con il suo atteggiamento verso la legge e la
sua dottrina della giustificazione mediante la grazia. Sulla tesi di un
Paolo “ebreo e non cristiano”, sarebbe interessante sentire cosa ne pensano
gli stessi ebrei …
5. Responsabile della sua morte: il Sinedrio, Pilato, o tutti e due?
Merita una discussione a parte il capitolo del libro di Corrado Augias e
Mauro Pesce sul processo e la condanna di Cristo. La tesi centrale non è
nuova; ha cominciato a circolare in seguito alla tragedia della Shoa ed è
stata adottata da quelli che propugnavano negli anni Sessanta e Settanta la
tesi di un Gesú zelota e rivoluzionario. Secondo essa, la responsabilità
della morte di Cristo ricade principalmente, anzi forse esclusivamente, su
Pilato e l’autorità romana, il che indica che la sua motivazione è più di
ordine politico che religioso. I vangeli hanno scagionato Pilato e accusato
di essa i capi dell’ebraismo per tranquillizzare le autorità romane sul loro
conto e farsele amiche.
Questa tesi è nata da una preoccupazione giusta che tutti oggi condividiamo:
togliere alla radice ogni pretesto all’antisemitismo che tanto male ha
procurato al popolo ebraico da parte dei cristiani. Ma il torto più grave
che si può fare a una causa giusta è quello di difenderla con argomenti
sbagliati. La lotta all'antisemitismo va posta su un fondamento più solido
che una discutibile (e discussa) interpretazione dei racconti della
Passione. L'estraneità del popolo ebraico, in quanto tale, alla
responsabilità della morte di Cristo riposa su una certezza biblica che i
cristiani hanno in comune con gli ebrei, ma che purtroppo per tanti secoli è
stata stranamente dimenticata: "Colui che ha peccato deve morire. Il figlio
non sconta l'iniquità del padre, né il padre l'iniquità del figlio" (Ez
18,20). La dottrina della Chiesa conosce un solo peccato che si trasmette
per eredità di padre in figlio, il peccato originale, nessun altro.
Messo al sicuro il rifiuto dell'antisemitismo, vorrei spiegare perché non si
può accettare la tesi della totale estraneità delle autorità ebraiche alla
morte di Cristo e quindi della natura essenzialmente politica di essa.
Paolo, nella più antica delle sue lettere, scritta intorno all'anno 50, dà,
della condanna di Cristo, la stessa fondamentale versione dei vangeli. Dice
che i “giudei hanno messo a morte Gesú” (1 Ts 2,15), e sui fatti accaduti a
Gerusalemme poco tempo prima del suo arrivo in città egli doveva essere
informato meglio di noi moderni, avendo, un tempo, approvato e difeso
“accanitamente” la condanna del Nazareno.
Durante questa fase più antica il cristianesimo si considerava ancora
destinato principalmente a Israele; le comunità nelle quali si erano formate
le prime tradizioni orali confluite in seguito nei vangeli erano costituite
in maggioranza da giudei convertiti; Matteo, come notano anche Augias e
Pesce, è preoccupato di mostrare che Gesù è venuto a compiere, non ad
abolire, la legge. Se c'era dunque una preoccupazione apologetica, questa
avrebbe dovuto indurre a presentare la condanna di Gesù come opera piuttosto
dei pagani che delle autorità ebraiche, al fine di rassicurare i giudei di
Palestina e della diaspora sul conto dei cristiani.
D'altra parte, quando Marco e, sicuramente, gli altri evangelisti scrivono
il loro vangelo c'è stata già la persecuzione di Nerone; ciò avrebbe dovuto
spingere a vedere in Gesù la prima vittima del potere romano e nei martiri
cristiani coloro che avevano subito la stessa sorte del Maestro. Se ne ha
una conferma nell'Apocalisse, scritta dopo la persecuzione di Domiziano,
dove Roma è fatta oggetto di una invettiva feroce ("Babilonia", la "Bestia",
la "prostituta") a causa del sangue dei martiri (cf. Ap. 13 ss.). Pesce ha
ragione di scorgere una “tendenza antiromana” nel vangelo di Giovanni (pag.
156), ma Giovanni è anche quello che più accentua la responsabilità del
Sinedrio e dei capi ebrei nel processo a Cristo: come si concilia la cosa?
Non si possono leggere i racconti della Passione ignorando tutto ciò che li
precede. I quattro vangeli attestano, si può dire a ogni pagina, un
contrasto religioso crescente tra Gesù e un gruppo influente di giudei
(farisei, dottori della legge, scribi) sull'osservanza del sabato,
sull'atteggiamento verso i peccatori e i pubblicani, sul puro e sull'impuro.
Jeremias ha dimostrato la motivazione antifarisaica presente in quasi tutte
le parabole di Gesù. Il dato evangelico è tanto più credibile in quanto il
contrasto con i farisei non è affatto pregiudiziale e generale. Gesú ha
degli amici tra di loro (uno è Nicodemo); lo troviamo a volte a pranzo in
casa di qualcuno di loro; essi accettano almeno di discutere con lui e di
prenderlo sul serio, a differenza dei Sadducei. Pur non escludendo dunque
che la situazione posteriore abbia influito a calcare ulteriormente le
tinte, è impossibile eliminare ogni contrasto tra Gesú e una parte influente
della leadership ebraica del suo tempo, senza disintegrare completamente i
vangeli e renderli storicamente incomprensibili. L’accanimento del fariseo
Saulo contro i cristiani non era nato dal nulla e non se l’era portato
dietro da Tarso!
Una volta però dimostrata l’esistenza di questo contrasto, come si può
pensare che esso non abbia giocato alcun ruolo al momento della resa finale
dei conti e che le autorità ebraiche si siano decise a denunziare Gesù a
Pilato unicamente per paura di un intervento armato dei romani, quasi a
malincuore?
Pilato non era certo una persona sensibile a ragioni di giustizia, tale da
preoccuparsi della sorte di un ignoto giudeo; era un tipo duro e crudele,
pronto a stroncare nel sangue ogni minimo indizio di rivolta. Tutto ciò è
verissimo. Egli però non tenta di salvare Gesù per compassione verso la
vittima, ma solo per un puntiglio contro i suoi accusatori, con i quali era
in atto una guerra sorda fin dal suo arrivo in Giudea. Naturalmente, questo
non diminuisce affatto la responsabilità di Pilato nella condanna di Cristo,
che ricade su di lui non meno che sui capi ebrei.
Non è il caso, oltre tutto, di volere essere “più ebrei degli ebrei”. Dalle
notizie sulla morte di Gesù, presenti nel Talmud e in altre fonti giudaiche
(per quanto tardive e storicamente contraddittorie), emerge una cosa: la
tradizione ebraica non ha mai negato una partecipazione delle autorità
religiose del tempo alla condanna di Cristo. Non ha fondato la propria
difesa negando il fatto, ma semmai negando che il fatto, dal punto di vista
ebraico, costituisse reato e che la sua condanna sia stata una
condanna ingiusta. Una versione, questa, compatibile con quella delle fonti
neotestamentarie che, mentre, da una parte, mettono in luce la
partecipazione delle autorità ebraiche (dei sadducei forse più ancora che
dei farisei) alla condanna di Cristo, dall'altra spesso la scusano,
attribuendola a ignoranza (cf. Lc 23,34; Atti 3, 17; 1 Cor 2,8). È il
risultato a cui giunge anche Raymond Brown, nel suo libro di 1608 pagine su
“La morte del Messia”.
Una nota marginale, ma che tocca un punto assai delicato. Secondo Augias,
Luca attribuisce a Gesú le parole: “E quei miei nemici che non volevano che
diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me” (Lc 19, 27) e
commenta dicendo che: “è a frasi come queste che si rifanno i sostenitori
della ‘guerra santa’ e della lotta armata contro i regimi ingiusti”. Va
precisato che Luca non attribuisce tali parole a Gesú, ma al re della
parabola che sta narrando e si sa che non si possono trasferire di peso
dalla parabola alla realtà tutti i dettagli del racconto parabolico, e in
ogni caso essi vanno trasferiti dal piano materiale a quello spirituale. Il
senso metaforico di quelle parole è che accettare o rifiutare Gesú non è
senza conseguenze; è una questione di vita o di morte, ma vita e morte
spirituale, non fisica. La guerra santa non c’entra proprio.
6. Un bilancio
È ora di chiudere questa mia lettura critica con qualche riflessione
conclusiva. Io non condivido molte risposte di Pesce, ma le rispetto
riconoscendo ad esse pieno diritto di cittadinanza in una ricerca storica.
Molte di esse (sull’atteggiamento di Gesú verso la politica, i poveri, i
bambini, l’importanza della preghiera nella sua vita) sono anzi illuminanti.
Alcuni dei problemi sollevati – il luogo di nascita di Gesú, la questione
dei fratelli e delle sorelle di lui”, il parto verginale –, sono oggettivi e
discussi anche tra gli storici credenti (l’ultimo non tra i cattolici), ma
non sono i problemi con cui sta o cade il cristianesimo della Chiesa.
Meno giustificata in una “inchiesta” storica su Gesú mi sembra la cura con
cui Augias raccoglie tutte le insinuazioni su presunti legami omosessuali
esistenti tra i discepoli, o tra lui stesso e “il discepolo che egli amava”
(ma non doveva essere innamorato della Maddalena?), come pure la dettagliata
descrizione delle vicende scabrose di alcune donne presenti nella genealogia
di Cristo. Dall’inchiesta su Gesú si ha l’impressione che si passi a volte
al pettegolezzo su Gesú. Il fenomeno ha però una spiegazione. È sempre
esistita la tendenza a rivestire Cristo dei panni della propria epoca o
della propria ideologia. In passato, per quanto discutibili, erano cause
serie e di grande respiro: il Cristo idealista, socialista,
rivoluzionario…La nostra epoca, ossessionata dal sesso, non riesce a
pensarlo che alle prese con problemi sentimentali.
Io credo che il fatto di aver messo insieme una visione di taglio
giornalistico dichiaratamente alternativa con una visione storica anch’essa
radicale e minimalista ha portato a un risultato d’insieme inaccettabile,
non solo per l’uomo di fede, ma anche per lo storico. A lettura ultimata uno
si pone la domanda: come ha fatto Gesú, che non ha portato assolutamente
nulla di nuovo rispetto all’ebraismo, che non ha voluto fondare nessuna
religione, che non ha fatto nessun miracolo e non è risorto se non nella
mente alterata dei suoi seguaci, come ha fatto, ripeto, a diventare “l’uomo
che ha cambiato il mondo”? Una certa critica parte con l’intenzione di
dissolvere i vestiti messi addosso a Gesú di Nazareth dalla tradizione
ecclesiastica, ma alla fine il trattamento si rivela così corrosivo da
dissolvere anche la persona che c’è sotto di essi.
A forza di dissipare i “misteri” su Gesú per ridurlo a un uomo ordinario, si
finisce per creare un mistero ancora più inspiegabile. Un grande esegeta
inglese parlando della risurrezione di Cristo dice: “L’idea che l’imponente
edificio della storia del cristianesimo sia come un’enorme piramide posta in
bilico su un fatto insignificante è certamente meno credibile
dell’affermazione che l’intero evento – e cioè il dato di fatto più il
significato a esso inerente – abbia realmente occupato un posto nella storia
paragonabile a quello che gli attribuisce il Nuovo Testamento” (Ch. H. Dodd).
La fede condiziona la ricerca storica? Innegabilmente, almeno in una certa
misura. Ma io credo che l’incredulità la condiziona enormemente di più. Se
uno si accosta alla figura di Cristo e ai vangeli da non credente (è il
caso, mi sembra di capire, almeno di Augias) l’essenziale è già deciso in
partenza: la nascita verginale non potrà che essere un mito, i miracoli
frutto di suggestione, la risurrezione prodotto di uno “stato alterato della
coscienza” e così via. Una cosa tuttavia ci consola e ci permette di
continuare a rispettarci a vicenda e a proseguire il dialogo: se ci divide
la fede, ci accomuna in compenso “la buona fede”. In essa i due autori
dichiarano di aver scritto il libro e in essa io assicuro di averlo letto e
discusso.
Padre Raniero Cantalamessa
(Già docente di Storia delle origini cristiane
nell’Università Cattolica del S. Cuore)
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